Direttiva PIF e ampliamento della responsabilità dell’ente da reato tributari

Che l’evasione fiscale sia un fenomeno ampiamente diffuso, non solo in Italia, è cosa ormai risaputa; così come è ben noto che alcuni tributi, in primis l’IVA, contribuiscono al sostentamento finanziario dell’Unione Europea e delle sue strutture.

L’evasione fiscale reca dunque un serio danno agli interessi finanziari dell’Unione.

Nel tentativo di arginare il fenomeno, attraverso risposte sanzionatorie di carattere penale, il 5 Luglio 2017, veniva emanata dal Parlamento europeo e dal Consiglio la Direttiva (UE) 2017/1371, volta a salvaguardare gli interessi finanziari dell’Unione e a sollecitare gli Stati membri all’adozione di adeguata disciplina di contrasto.

Novità normative

Con il D. Lgs. n. 75/2020, il Legislatore italiano ha recepito la Direttiva (UE) 2017/1371 (c.d. Direttiva PIF), “relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell’Unione mediante il diritto penale”.

La norma prevede un allargamento dell’elenco dei reati tributari idonei a costituire presupposto per fondare la responsabilità dell’ente.

Sul punto si rileva come una prima estensione della responsabilità delle persone giuridiche per la commissione di reati fiscali, sia stata realizzata dal D. L. n. 124/2019 – c.d. Decreto Fiscale – convertito con modificazioni dalla Legge n. 157/2019.

L’intervento di quest’ultimo si era realizzato su più fronti: apportando alcune modifiche alle soglie di punibilità e ad alcune cornici edittali di pena per i reati contemplati dagli artt. 2,3,4,5,8 e 10 del D. Lgs. n. 74/2000; introducendo all’interno del D. Lgs. 231/2001 l’art. 25-quinquiesdecies, rubricato “Reati tributari” ed estendendo ad alcune fattispecie di illecito penale tributario l’applicazione della c.d. “confisca allargata”.

In dettaglio, l’art. 25-quinquiesdecies del D. Lgs. 231/2001 – così come introdotto dal D. L. 124/2019 – ha inserito un elenco di reati tributari costituenti presupposto per fondare un addebito in capo all’ente, per i fatti di:

  • Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2, D. Lgs. n. 74/200);
  • Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3);
  • Emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 8);
  • Occultamento o distruzione di documenti contabili (art. 10);
  • Sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (art. 11).

Il recente D. Lgs. n. 75/2020 ha apportato alcune modifiche: 1) al Codice penale con riguardo ai reati contro la pubblica amministrazione che ledono gli interessi finanziari dell’Unione; 2) alla disciplina dei reati tributari e all’ampliamento della responsabilità da reato dell’ente ex D. Lgs. n. 231/2001; 3) ad alcune norme riguardanti le fattispecie di contrabbando e di frode in agricoltura[1].

Concentrando l’attenzione sul punto 2) preme rilevare come l’art. 2 del D. Lgs. n. 75/2020, abbia modificato l’art. 6 del D. Lgs. n. 74/2000, introducendo all’interno dello stesso il nuovo comma 1-bis, il quale contempla una deroga alla regola di non punibilità a titolo di tentativo per i fatti di reato di cui agli artt. 2,3 e 4 (Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti; Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici; Dichiarazione infedele), quando questi siano «compiuti anche nel territorio di altro Stato membro dell’Unione europea, al fine di evadere l’imposta sul valore aggiunto per un valore complessivo non inferiore a dieci milioni di euro».

L’art. 5, comma 1, lett. c) del D. Lgs. n. 75/2020 introduce all’interno dell’art. 25-quinquiesdecies il comma 1-bis che in relazione ai fatti – previsti dal D. Lgs. n. 74/2000, realizzati nell’interesse o a vantaggio dell’ente – che siano «commessi nell’ambito di sistemi fraudolenti transfrontalieri e al fine di evadere l’imposta sul valore aggiunto per un importo complessivo non inferiore a dieci milioni di euro», potranno trovare applicazione la sanzione pecuniaria fino a trecento quote per la commissione del delitto di dichiarazione infedele (art. 4, D. Lgs. n. 74/2000); e fino a quattrocento quote per la realizzazione delle condotte di omessa dichiarazione e di indebita compensazione (artt. 5 e 10-quater, D. Lgs. n. 74/2000).

E prevedendo che quando l’ente consegua un profitto di entità rilevante connesso alla realizzazione dei fatti contemplati dal nuovo comma 1-bis, nei confronti dell’ente troverà applicazione l’aggravante di cui al comma 2 dell’art. 25-quinquiesdecies, in forza del quale è previsto un aumento, fino ad un terzo, della pena pecuniaria da infliggere.

Potranno inoltre trovare applicazione per i fatti previsti dai commi 1, 1-bis e 2 del medesimo articolo, le sanzioni interdittive, per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore a due anni: della impossibilità a contrattare con la Pubblica Amministrazione; della esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi eventualmente accompagnata dalla revoca di quelli già concessi; del divieto di pubblicizzare beni o servizi.

Alla luce delle recenti modifiche si imporrà la necessità per le imprese di adeguare il proprio “modello 231” in maniera efficace ed efficiente, al fine di ridurre al minimo i rischi legati alla responsabilità dell’ente per la realizzazione di reati fiscali commessi nell’interesse o a vantaggio dello stesso; ponendo particolare attenzione alle aree di attività transfrontaliere e alle condotte illecite volte all’evasione dell’IVA.

Fondamentale sarà operare una preliminare valutazione delle attività e delle aree d’impresa maggiormente sensibili al rischio fiscale.

Indispensabile per l’impresa sarà dotarsi di competenze e professionalità capaci di comprendere al meglio i processi organizzativo-gestionali dell’azienda, di evidenziare eventuali criticità e conseguentemente individuare pronte e rapide soluzioni[2].

In un’ottica di prevenzione, risulterà utile l’adozione di un adeguato sistema amministrativo-contabile-gestionale e la predisposizione ed implementazione di controlli strutturati che siano in grado di esercitare una adeguata ed efficiente funzione di vigilanza sui processi aziendali e sulle transazioni sensibili al rischio di illecito tributario.

E tenuto conto dei criteri di imputabilità dell’ente descritti dall’art. 6 del D. Lgs. 231/2001 – che ritiene configurabile un addebito quando il fatto illecito sia commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente da soggetti apicali o a questi sottoposti in condizioni di carenza organizzativa o di insufficiente vigilanza dell’organo di controllo – in sede di contestazione, la difesa dell’ente passerà inevitabilmente dalla dimostrazione di aver adottato idonee misure preventive che tengano conto «non solo degli aspetti meramente tecnici e contabili delle singole operazioni, ma soprattutto di quelli squisitamente sostanziali»[3].

A cura di Dott. Marco Accardo

Bibliografia:

[1] C. Corsaro, M. Zambrini, Il recepimento della Direttiva PIF e le novità in materia di reati contro la pubblica amministrazione e reati tributari. L’ulteriore ampliamento dei reati presupposto per la responsabilità degli enti, in GiurisprudenzaPenaleWeb.it, 2020.

[2] Così S. Loconte, Reati tributari presupposto della responsabilità 231: come aggiornare i modelli organizzativi, in IPSOA Quotidiano, 2020.

[3] A. M. Dell’Osso, I. Pellecchia, Reati tributari e responsabilità degli enti ai sensi del d. lgs. n. 231 del 2001: alcuni profili problematici, in Dirittobancario.it, 2020.