Divieti di spostamento causa Covid-19 e falsità in autocertificazione

Falsità ideologica

Cosa può succedere quando si rende una autodichiarazione ai sensi degli artt. 46 e 47 DPR 445/2000 , consegnandola ai Carabinieri nell’ambito degli attuali controlli per i disvieti degli spostamenti causa COVID-19?

Se viene riferita una circostanza poi rivelatasi non vera a seguito di accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria, questa condotta può integrare la fattispecie di falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico (art. 483 cp)?

In una recentissima sentenza del Tribunale di Milano, il Giudice dopo aver richiamato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui «sono estranei all’ambito di applicazione dell’art. 483 c.p. le dichiarazioni che non riguardino “fatti” di cui può essere attestata la verità hic et nunc ma che si rivelino mere manifestazioni di volontà, intenzioni o propositi», osserva come tale conclusione appaia confermata nel caso esaminato:

– dal dato testuale, «giacché la nozione di “fatto” non può che essere riferita a qualcosa che già è accaduto ed è perciò, già in quel preciso istante, suscettibile di un accertamento, a differenza della intenzione, la cui corrispondenza con la realtà è verificabile solo ex post»;

– sotto il profilo teleologico, «giacché la norma è finalizzata ad incriminare la dichiarazione falsa del privato al p.u. in relazione alla sua attitudine probatoria, attitudine che evidentemente non può essere riferita ad un evento non ancora accaduto»;

– in un’ottica sistematica, «dalla stessa normativa in tema di autocertificazioni, all’interno della quale i “fatti” sono indicati, quale oggetto di possibile dichiarazione probante del privato, insieme agli stati e alle qualità personali, vale a dire a caratteristiche del soggetto già presenti al momento della dichiarazione».

Nel testo del provvedimento si legge che «mentre l’affermazione nel modulo di autocertificazione da parte del privato di una situazione passata (si pensi alla dichiarazione di essersi recato in ospedale ovvero al supermercato) potrà integrare gli estremi del delitto de quo, la semplice attestazione della propria intenzione di recarsi in un determinato luogo o di svolgere una certa attività non può essere ricompresa nell’ambito applicativo della norma incriminatrice, non rientrando nel novero dei “fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità”».

Sentenza Gip Tribunale di Milano 1940/20