L’UNIONE (DI IMPRESE) FA LA FORZA

In questo periodo di emergenza Covid-19, che ha comportato per tutti il restringimento delle proprie libertà personali, con evidenti ripercussioni anche sul piano lavorativo, si è potuto assistere alla messa in atto, da parte di alcune realtà imprenditoriali, di comportamenti virtuosi volti alla instaurazione di rapporti di reciproca collaborazione.

In particolare, queste realtà si sono impegnate nella condivisione di prodotti, mezzi, risorse e competenze per rafforzare le proprie attività produttive al fine di mantenere, nonché di migliorare la propria competitività nell’ottica anche di far fronte alla concorrenza di imprese straniere, e di conservare se non ampliare le proprie quote di mercato.

Sarà importante soprattutto in un’ottica di ripresa dell’economia nostrana e del ritorno a livelli di produttività “normali”, stimolare la creazione di reti di imprese che nel prossimo futuro possano proporsi sul mercato con più sicurezza, anche nei confronti di quella che è la continua sfida alla innovazione.

A tal proposito risulterà sicuramente utile il ricorso allo strumento del contratto di rete d’imprese.

 

La rete di imprese

«La rete di imprese costituisce uno strumento contrattuale atto a favorire i processi di cooperazione e di aggregazione fra le aziende italiane»[1]

La disciplina del contratto di rete è il risultato di una normativa che è stata più volte oggetto di modifiche da parte del Legislatore italiano[2].

L’art. 3, c. 4-ter del D.L. 10 Febbraio 2009, n. 5, (convertito in Legge 9 Aprile 2009, n. 33), individua il contratto di rete in quel negozio giuridico con il quale «due o più imprese si obbligano ad esercitare in comune una o più attività economiche rientranti nei rispettivi oggetti sociali allo scopo di accrescere la reciproca capacità innovativa e la competitività sul mercato».

Parti del contratto possono essere solo imprenditori (almeno due) che esercitino una qualsiasi attività di impresa, senza dunque alcun limite con riguardo alla forma giuridica delle imprese, alle dimensioni o alla ubicazione delle stesse[3], che perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato, obbligandosi reciprocamente, «sulla base di un programma comune di rete, a collaborare in forme e in ambiti predeterminati attinenti all’esercizio delle proprie imprese ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica ovvero ancora ad esercitare in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa»[4].

Gli imprenditori intenzionati a stipulare un contratto di rete dovranno dunque, in primis, predisporre un c.d. programma di rete a cui dovranno poi dare concreta attuazione (il programma di rete costituisce l’elemento caratterizzante del contratto).

L’oggetto del programma potrà consistere: tanto in attività di collaborazione in ambiti attinenti all’esercizio delle rispettive attività, sia scambio di informazioni (es. Know How) o di prestazioni di ogni genere, sia attenere all’esercizio in comune di una o più attività rientranti nell’oggetto delle rispettive imprese.

Tutto ciò al fine di accrescere la reciproca capacità innovativa e la competitività sul mercato.

Circa la forma, il contratto di rete dovrà essere redatto per atto pubblico o per scrittura privata autenticata o atto munito di firma digitale, in adempimento agli obblighi di pubblicità previsti dall’art. 3, comma 4-quater, D.L. n. 5/2009 (convertito in L. n. 33/2009 e successive modificazioni), per cui del contratto di rete deve essere data pubblicità nel registro delle imprese[5].

La disciplina del contratto di rete di imprese prevede la facoltà, attribuita alle parti, di poter istituire un fondo patrimoniale comune costituente dotazione patrimoniale destinata all’esecuzione del programma di rete.

Sempre alle parti è poi attribuita la facoltà di poter liberamente stabilire le misure e i criteri per la valutazione dei conferimenti iniziali nonché degli eventuali contributi successivi che ciascun partecipante si obbliga a versare al fondo; ed altresì, le regole di gestione dello stesso. Ed in quanto compatibili, potranno trovare applicazione le disposizioni di cui agli artt. 2614 e 2615, c. 2, del Codice civile[6].

Con riferimento alle obbligazioni contratte dall’organo comune nell’attuazione del programma di rete, la normativa prevede che i terzi possano far valere i propri diritti di credito esclusivamente sul fondo costituito. Nell’eventualità in cui detto fondo non sia stato istituito dalle parti, costituenti la rete, queste rimarranno responsabili in via diretta e solidale per le obbligazioni assunte.

Preme rilevare come il fondo patrimoniale possa altresì essere costituito oltre che con conferimenti diretti delle imprese, anche con “capitale a debito”[7], nonché mediante l’apporto di un patrimonio destinato ex art. 2447-bis, c. 1, lett. a), c.c.

Accanto alla facoltà di istituire un fondo comune, è anche prevista la possibilità di costituire un c.d. organo comune, vale a dire, un soggetto incaricato di gestire, in nome e per conto delle imprese partecipanti, l’esecuzione del contratto e del relativo programma, o di singole parti o fasi dello stesso.

Non essendo previsti limiti di legge in tal senso, è rimessa alla autonomia negoziale delle parti la disciplina delle competenze dell’organo comune e delle relative modalità di funzionamento.

Quando invece detto organo non sia previsto, l’esecuzione del programma di rete dovrà essere interamente gestito dalle parti, in maniera conforme a quanto stipulato all’interno del contratto.

Nel caso in cui siano presenti gli elementi del fondo patrimoniale comune e dell’organo comune di gestione, è data facoltà alla rete, di poter acquistare soggettività giuridica (creando dunque un nuovo soggetto): ciò è rimesso, ancora una volta, alla autonomia negoziale delle parti che qualora si determinino in tal senso dovranno provvedere ad iscrivere la Rete, nella autonoma sezione ordinaria del Registro delle imprese del luogo in cui ha sede.

 

Vantaggi

Da quanto fin qui esposto, ne deriva che gli imprenditori hanno a disposizione due modalità alternative per fare rete:

  • Stipulare un contratto avente meri effetti obbligatori tra le parti (rete-contratto), ovvero;
  • Stipulare un contratto costitutivo di un nuovo soggetto giuridico (rete-soggetto).

La stipula del contratto di rete d’impresa consente di poter usufruire di rilevanti vantaggi:

  • Amministrativi, in quanto consente di intrattenere rapporti con la Pubblica Amministrazione (es. partecipazione a bandi e gare d’appalto con dunque la possibilità di stipulare contratti con la P.A.), nonché di poter stipulare convenzioni con l’Associazione bancaria Italiana (A.B.I.);
  • Fiscali: regime della sospensione d’imposta per utili accantonati a specifico fondo (attualmente sospesi)
  • Finanziari: accesso al credito sia per il singolo soggetto aderente sia per la Rete, tramite appositi modelli di rating predisposti dai principali istituti di credito[8].

A questi si affiancano ulteriori vantaggi derivanti dalla instaurazione di una collaborazione stabile e duratura, che può risultare funzionale al raggiungimento di obiettivi di tipo strategico in termini di innovazione e di competitività sul mercato, con conseguenti maggiori possibilità di ingresso in mercati internazionali che sarebbero altrimenti difficilmente raggiungibili dall’impresa singola, soprattutto quando questa sia di piccole dimensioni.

Ancora, la creazione di una efficiente rete di imprese può comportare benefici anche in termine di riduzione dei costi di gestione e/o produzione, realizzando dunque un risparmio di spesa, a cui può accompagnarsi l’accrescimento di competenze e della qualità dei prodotti che sono il risultato dell’attività di cooperazione.

Articolo a cura del Dott. Marco Accardo

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[1] S. pucci, Reti d’impresa, in IlSocietario.it, Giuffré Francis Lefebvre, Milano, 2017.

[2] Dapprima modificata dall’art. 1 della L. 23 luglio 2009, n. 99; poi dal D.L. 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni nella L. 30 luglio 2010, n. 122; successivamente dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83 (c.d. “Decreto sviluppo”), e relativa legge di conversione L. 7 agosto 2012, n. 134; da ultimo dal D.L. 18 ottobre 2012, n. 179 (c.d. “Decreto sviluppo bis”), come convertito con modifiche dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221.

[3] M. esposito, Contratto di rete, in Altalexpedia, 2013, https://www.altalex.com/documents/altalexpedia/2013/07/22/contratto-di-rete; P. saccomanno, Il contratto di rete: profili di un’indagine aperta, in Contratto e impresa, fascicolo n. 2, Wolters Kluwer, Milano, 2017, pp. 673 e ss.

[4] M. C. Rizzo, Le reti d’impresa: modelli innovativi post Covid-19, in Altalex.it, 2020, https://www.altalex.com/documents/news/2020/04/24/reti-di-impresa-modelli-innovativi-di-business-post-covid-19

[5] F. Cafaggi, Contratto di rete, in Enciclopedia del diritto, Annali IX, Giuffré, Milano, 2016, p. 212; M. Campobasso, Diritto commerciale, Vol. I, UTET Giuridica Wolters Kluwer, Milanofiori Assago, pp. 295-296.

[6] P. Zanelli, Reti di impresa, in Treccani,it, 2013, http://www.treccani.it/enciclopedia/reti-di-impresa-dir-civ_(Diritto-on-line)/.

Art. 2614 c.c. «I contributi dei consorziati e i beni acquistati con questi contributi costituiscono il fondo consortile. Per la durata del consorzio i consorziati non possono chiedere la divisione del fondo, e i creditori particolari dei consorziati non possono far valere i loro diritti sul fondo medesimo». 

Art. 2615, c. 2, c.c. «Per le obbligazioni assunte dagli organi del consorzio per conto dei singoli consorziati rispondono questi ultimi solidalmente col fondo consortile. In caso di insolvenza nei rapporti tra i consorziati il debito dell’insolvente si ripartisce tra tutti in proporzione delle quote»

[7] F. Cafaggi, Contratto di rete, in Enciclopedia del diritto, Annali IX, Giuffré, Milano, 2016, p. 228.

[8] S. pucci, Reti d’impresa, in IlSocietario.it, Giuffré Francis Lefebvre, Milano, 2017.